CULTURA E TRADIZIONI
I tre strumenti simbolo della tradizione musicale: musa, piffero e fisarmonica
Nel territorio dell’alto Oltrepò è sopravvissuta una della più pregevoli e ricche tradizioni
musicali popolari del Nord Italia.
Lo strumento principale di questa tradizione è il piffero, oboe popolare cui è legato un vasto
repertorio di musiche da ballo, canti e brani rituali per le nozze, il carnevale e il Natale.
La cultura musicale dell’Appennino si caratterizza per la presenza di altri strumenti che hanno
la funzione di accompagnare il piffero: la musa e la fisarmonica.
L’introduzione della fisarmonica ha favorito la diffusione dei balli moderni, o “di coppia”,
i cosiddetti “lisci” (Valzer, Polka, Mazurca) che hanno a poco a poco affiancato le antiche
danze come la Monferrina, l’Alessandrina, la Giga, la Piana e il Perigurdino.
Ancora oggi, le musiche da piffero vengono tramandate oralmente da suonatore a suonatore
secondo modalità del tutto analoghe a quelle in uso un tempo. Tra i grandi pifferai del
passato, oltre a Jacmon, vanno sicuramente citati Brigiottu (Paolo Pelle, di Bruggi (AL),
1861-1903), “u Lento” (Fiorentino Pelle, di Bruggi (AL), 1892-1915) e il grande Ernesto Sala
(di Cegni, 1907-1989).
I BALLI “DA PIFFERO"
I BALLI “DA PIFFERO"
In Oltrepo pavese, area di diffusione del piffero, è mantenuto ancor oggi un
repertorio coreutico tradizionale, riconducibile al più ampio “corpus” delle
danze popolari dell’Appennino settentrionale. Nel tempo questi balli di gruppo
sono stati arricchiti dalle popolazioni delle quattro Province con caratteristiche
originali ed autonome cosicchè oggigiorno dietro a nomi e a schemi coreografici uguali
si trovano particolarità proprie di ogni territorio.
La Giga è considerata la danza principale fra quelle mantenute nell’intera regione
appenninica; a testimonianza della grande diffusione di questo ballo c’è la
consuetudine di designare genericamente con tale nome ogni ballo saltato e
distinto dai più moderni lisci.
Esistono due diverse versioni di Giga, in base
al numero di ballerine presenti: la Giga “a due” e laGiga a “quattro”.
Due balli simili tra loro e molto spesso difficili da distinguere, sia dal
punto di vista melodico che coreutico, sono l’Alessandrina e la Monferrina.
Queste due danze, che vedono al contrario della Giga un numero indeterminato
di partecipanti, lasciano trasparire la loro origine dal nome: sembra infatti
che la loro nascita sia avvenuta nelle vallate piemontesi cui è seguita una
rapida diffusione ai territori circostanti.
Un ultimo ballo ancora in uso fra le popolazioni appenniniche è la Piana.
Ciò che contraddistingue questa danza è il motivo coreografico del cerchio:
questo elemento, assieme alla corsa verso il centro, riporta la Piana a una
pratica di balli cerimoniali collettivi. Purtroppo questa danza, circoscritta
all’uso dei gruppi etnici in cui era maggiormente in voga, è oggi quasi del
tutto abbandonata.
Tra i balli desueti si ricordano il Perigurdino e la Bisagna.
Il primo, di probabile provenienza ligure, è ancora ballato localmente nell’Alta Val Borbera;
il secondo sopravvive nella zona del piffero come melodia mentre è stata pressoché
abbandonata la forma danzata.
Tutti questi balli con l’introduzione della fisarmonica sono stati affiancati e,
in alcuni casi, soppiantati dai più moderni lisci ballati a coppia e lontani
dalla tradizione locale.
IL VIOLINO E LE ORCHESTRINE DELL'ALTA COLLINA
IL VIOLINO E LE ORCHESTRINE DELL'ALTA COLLINA
Fino alla metà del Novecento, nella fascia di alta collina dell’Oltrepo pavese e
del Piacentino, vi era un’intensa fioritura di gruppi violinistici dediti alla
musica da danza che si esibivano nei “balli a palchetto”, nelle veglie di
carnevale o nelle feste invernali organizzate nelle stalle.
Le orchestre d’archi – del tutto simili a quelli presenti nell’Appennino emiliano - erano formate da
due o tre violini, flauto, viola, violoncello e contrabbasso; la formazione si
riduceva talvolta a due violini, chitarra (spesso con “bassi volanti”), “viulon”
(bassetto a tre corde) e, in certi casi, era ridotta al minimo indispensabile:
violino e chitarra, oppure violino e “viulon”.
Le ricerche effettuate all’inizio degli anni Ottanta da Aurelio Citelli
e da Giuliano Grasso, hanno permesso di ricostruire la memoria di questa
tradizione musicale oggi purtroppo interrotta. La concorrenza esercitata
dal piffero e dalla fisarmonica, da un lato, e dalle moderne orchestre di pianura,
dall’altro, ha determinato l’abbandono di questa cultura.
Solo le testimonianze di alcuni suonatori popolari, in particolare quelli
di Zavattarello, Moline e Pometo in Oltrepo pavese, hanno consentito di mantenere
vivo il ricordo di questa tradizione musicale che, altrimenti, sarebbe andata
completamente persa.
IL MONDO RURALE, LA CULTURA CONTADINA
Durante il Medioevo il territorio dell’Oltrepò montano era per la maggior parte occupato
da spazi incolti e da boschi; i coltivi erano infatti limitati alle porzioni di terreno più
pianeggianti e garantivano solamente lo stretto necessario alla sopravvivenza.
Gli spazi non dedicati all’agricoltura non erano però visti in modo ostile: boschi ed incolti
infatti erano considerati settori da sfruttare, con la caccia, la pesca e l’allevamento del
bestiame.
Dalla fine del XIII secolo però l’agricoltura divenne la principale attività economica:
soprattutto grazie all’appoggio dei Feudatari, questa attività si diffuse molto, perché
importante fonte di reddito e origine del fiorente commercio fra montagna e riviera ligure.
Oggigiorno le coltivazioni agricole sono diffuse solo localmente; in Oltrepo pavese, ad
esempio, frutteti, vitigni e coltivi a cereali interessano solo la media collina, mentre
alle quote maggiori le coltivazioni hanno lasciato spazio agli incolti, ai pascoli e ai boschi.
Per questo gli oggetti e le testimonianze della cultura materiale del passato sono elementi
importanti che consentono una ricostruzione storica delle condizioni di vita e di lavoro
delle popolazioni appenniniche di un tempo.
I Musei della Cultura Contadina presenti lungo le Terre Alte sono per questo molto
interessanti: consentono infatti di catalogare e di conservare attrezzi ed utensili
fondamentali nella cultura contadina e di riproporre situazioni ed ambienti tipici di un
passato su cui si è fondata la nascita della società moderna.
I Musei della Cultura Contadina quindi hanno l’importante ruolo di tramandare
alle odierne generazioni un sapere antico ed importante che non va assolutamente dimenticato.
Accanto a queste esposizioni, ci sono alcune strutture rurali, come vecchi Mulini dislocati
lungo il territorio, che sono state recuperate negli ultimi decenni e che offrono
un’importante testimonianza del mondo rurale del passato.
I MUSEI DEL TERRITORIO
I MUSEI DEL TERRITORIO
Romagnese (PV) - Museo d’Arte Contadina
Allestito nell’ultimo decennio del Novecento, il Museo è ubicato presso il Municipio
del paese, all’interno dell’antico Castello.
L’esposizione annovera moltissimi arnesi
e utensili legati alla vita contadina: fra i tanti si ricordano i ferri da stiro
“a carbone”, le macchine da cucire e le macchine tessitrici.
Sono inoltre riproposti
i diversi ambienti della vita rurale: in particolare una vecchia cucina e uno spazio
dedicato alla toeletta. Quest’esposizione è accessibile gratuitamente: aperta il
sabato e la domenica, di mattina, durante la settimana è visitabile facendo richiesta
al Comune.
Zavattarello (PV) – Il Magazzino dei ricordi
Allestito in un capannone all’ingresso di Zavattarello, il Magazzino dei ricordi
è il risultato delle tante ricerche dettate da una grande passione e dalla volontà
di conservare ambienti e utensili legati al passato.
L’esposizione ripropone in
diverse stanze alcuni ambienti, come la cucina e la scuola, e gli antichi mestieri
del fabbro, del ciabattino, del sarto e del falegname; permette al visitatore di
conoscere ed avvicinarsi ad oggetti e strumenti utilizzati nella vita contadina.
Attraverso le testimonianze dal passato è documentata la lunga e sofferta storia
del lavoro manuale, la fatica dell’uomo, le ristrettezze del mondo rurale e la
laboriosità dei contadini che, con poche materie prime ma con grande ingegno,
hanno realizzato gli strumenti per condurre il lavoro nei campi e per garantire
il proprio sostentamento.
Il Magazzino dei ricordi, visitabile gratuitamente il
sabato e la domenica nei mesi estivi e previa prenotazione nelle altre stagioni,
si propone l’importante obiettivo di recuperare, salvaguardare e valorizzare la
cultura artigianale e contadina che, nel XIX e XX secolo, caratterizzava l’Oltrepo
pavese.
Il Mulino Pellegro
Il Mulino Pellegro, facilmente raggiungibile dalla strada che da Casanova va a
Cignolo, appartiene al Comune di Santa Margherita Staffora ed è l’unico mulino
ad acqua ancora funzionante di tutta la Valle. La sua costruzione è molto antica:
risale infatti al 1275, quando l’intera vallata era interessata dalle vicende
feudali e sottomessa al potere dei Malaspina.
Nel 1835 il mulino venne ristrutturato
dall’allora proprietario Pellegro Negruzzi e da quel momento prese il nome con cui
ancora oggi è conosciuto.
La struttura originaria è stata modificata nel corso del tempo: la ruota in legno
è stata infatti sostituita attorno al 1930 da una in ferro. Un tempo il mulino era
alimentato da una presa nel Torrente Staffora; attualmente riceve energia da un
ruscello che scende dai monti di Cignolo.
All’interno due palmenti, costituiti da due macine ciascuno, consentivano la
frantumazione del granoturco e del frumento.
Le macine richiedevano manutenzione
periodica: artigiani esperti eseguivano la cosiddetta “martellatura”, operazione
necessaria a rimodellare le scanalature disposte a raggiera sulla superficie,
levigate dallo sfregamento con i cereali.
Altre componenti importanti del mulino
sono la tramoggia, in cui venivano immessi i cereali da macinare, e il buratto,
setaccio che, con quattro maglie di differente finezza, consentiva di separare
le diverse qualità di farine. Adiacente al mulino si trova poi un casotto in cui,
nella stanza d’ingresso, sono raccolti tanti strumenti e diversi utensili legati
alla vita rurale.
Sono inoltre conservate due sacche, realizzate con pelle di capra:
queste bisacce, internamente ancora rivestite del pelo originale, servivano per
trasportare il vino o, soprattutto per i commercianti liguri, l’olio.
Fra i tanti oggetti si riconoscono poi alcune ceste che, caricate sui muli,
permettevano di trasportare da un paese all’altro i prodotti oggetti del commercio.
Nella seconda stanzetta sono raccolti alcuni elementi che ripropongono un arredamento
e un ambiente tipici del passato.
Un tempo il mulino non era semplicemente un luogo di produzione ma aveva anche una
funzione di aggregazione per la popolazione locale: diversi contadini della Valle
infatti portando i loro cereali alla macinazione si incontravano, concludevano affari,
scambiavano opinioni e notizie, si confrontavano su vicende e su fatti accaduti nella
zona.
Oggigiorno il Mulino Pellegro, ampiamente ristrutturato e sempre aperto al pubblico,
consente di ammirare alcuni strumenti tipici della cultura rurale, fra i quali
diversi attrezzi in legno utilizzati dai mugnai.
LA CUCINA TRADIZIONALE
Il carattere unitario dell’alto Oltrepò si riflette anche nella tradizione culinaria:
le popolazioni appenniniche delle quattro Province infatti hanno sempre basato la loro
economia e il loro sostentamento sui prodotti che la natura offriva loro, realizzando piatti
spesso simili.
Prodotti della terra, caratteristici di tutta l’area appenninica e largamente usati nelle
ricette contadine, sono la patata, i funghi e le castagne.
Fra i prodotti tipici della zona appenninica, la cui origine è contesa tra il pavese,
il piemontese e l’emiliano, ci sono i ravioli, detti agnolotti in Emilia: gustoso primo piatto,
in una sfoglia di pasta all’uovo racchiudono del morbido ripieno di carne stufata, uova, formaggio
e pane grattugiato.
Molti animali hanno rappresentato per secoli una risorsa alimentare per le popolazioni agricole
e gli ingredienti principali dei secondi piatti: tra i tanti sicuramente il più importante è il
Maiale, fonte di carne prelibata e principale ingrediente nella preparazione di gustosi salumi,
fra cui il Salame di Varzi.
Questo prodotto è uno degli insaccati di carne cruda più caratteristici del Nord Italia,
uno dei pochi ad aver ottenuto il riconoscimento di D.O.P., un simbolo della Valle Staffora.
Considerando nel particolare la tradizione culinaria dell’Oltrepo pavese, è necessario
ricordare il Nisso di Menconico, formaggio di lunga stagionatura: prodotto con il
latte di vacca o di pecora e un tempo tipico di tutto l’Oltrepo montano, è meglio conosciuto
dai locali come “il formaggio che salta o che brucia”, per il suo sapore piccante.
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